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Utilizzo dei droni nella gestione delle emergenze: quel dettaglio che può salvare una vita

📅 19 Agosto 2026✍️ di Nicola Pavanetti⏱️ 5 min di lettura

In emergenza il tempo scorre diverso: ogni secondo perso è una persona in più in pericolo. Vengo dalle gare FPV e dai telai in carbonio montati al banco la notte, ma oggi quei motori e quelle antenne lavorano su alluvioni, incendi d’interfaccia e frane. E c’è sempre un dettaglio, apparentemente banale, che può salvare una vita.

Operazioni sul campo: cosa cambia davvero

Un drone in esercitazione non è un drone in piena notte, con vento teso e una squadra che aspetta foto termiche per decidere dove mandare i gommoni. Sul campo gestisco payload termici, luci stroboscopiche, altoparlanti, mappe offline e radio. Ogni scelta deve ridurre ambiguità e tempi morti.

Il coordinamento è tutto. Se lavoro con la squadra fluviale, imposto fin da subito canale radio univoco e formato coordinate concordato (meglio WGS84 in decimali, niente conversioni fantasiose). In ambito istituzionale mi interfaccio con Protezione Civile per accessi, corridoi e priorità. La parte “tecnica” vale zero senza una catena decisionale chiara.

Il dettaglio che fa la differenza: Failsafe e RTH

Il punto che rivedo sempre per primo è la gestione del failsafe: cosa fa il drone se perde segnale. In addestramento molti lasciano il Return-To-Home di default. In emergenza urbana o in alveo fluviale, quel ritorno automatico può diventare un rischio: cavi, ponteggi, elicotteri SAR, fumo termico che inganna i sensori.

Nelle missioni critiche imposto spesso “Hover” come comportamento in perdita di link, con timer e quota di sicurezza predefiniti. Se so che operano elicotteri, evito decolli sotto traiettorie note e comunico la mia quota massima. Quando uso RTH, fisso un’altezza superiore di almeno il 30% all’ostacolo più alto nell’area, non alla quota abituale: meglio spreco di batteria che urto aereo.

Questa micro-scelta cambia tutto: il drone non attraversa da solo corridoi congestionati, e resto io a decidere come e quando recuperarlo. È un “clic” in più nel menu, ma è il clic che separa controllo e caos.

Un caso reale: la piena di notte

Mi è capitato di recente, durante una piena notturna su un’ansa frequentata da campeggiatori stagionali. L’acqua saliva, le sirene coprivano le voci, un elicottero era in attesa su un’area illuminata a sud. Volo con termica, palette “White Hot”, luci strobe per VLOS e un altoparlante leggero.

Tre minuti dopo il decollo perdo pacchetti video: interferenze, riflessioni sul ponte metallico. Se avessi lasciato il RTH, il drone avrebbe tagliato una verticale con cavi telefonici e un verricello in preallerta. Con Failsafe su Hover e quota bloccata, il multirotore ha “respirato” in posizione. Ho ripreso il link salendo di 15 metri, lontano da turbolenze RF, e ho potuto continuare la ricerca.

L’altro dettaglio è la termica: con pioggia fine e superfici bagnate, “Black Hot” evidenziava parecchi falsi positivi. Ho attivato isoterme tra 28 e 36 °C e bloccato il gain. Poco dopo, sagoma compatibile con un uomo su tettoia galleggiante. Ho dato coordinate in chiaro, WGS84, via radio. La squadra a riva ha confermato con torcia, recupero riuscito. Quel volo non è stato spettacolare: è stato pulito. E questo basta.

Check-list essenziale pre-missione

In workshop insisto su una check-list breve ma ferrea. È quella che uso quando il cellulare vibra e bisogna partire.

  • Failsafe: scegliere Hover o RTH consapevole; impostare quota RTH > ostacolo massimo +30%.
  • Mappe offline: area di operazione scaricata; punti critici marcati (cavi, ponti, eli-superficie).
  • Termica: palette predefinite e profilo isoterme salvato; ottica pulita e calibrata.
  • Batterie: etichettate per ciclo e salute; una calda, una di rotazione, una di riserva.
  • Luci e identificazione: strobo attivo; nominativo radio condiviso con il coordinamento.
  • Formato coordinate: concordato a briefing; test rapido di lettura/ripetizione.
  • Geofence e permessi: verifica NOTAM/localizzazione; contatto con referenti ENAC se necessario.

Errori tipici da evitare

  • Lasciare impostazioni “da domenica pomeriggio” (RTH basso, sensori anti-ostacolo inaffidabili nella pioggia).
  • Volare senza mappa offline e poi perdere rete dati nel punto peggiore.
  • Cambiare palette termica a caso, senza fissare il gain: falsi positivi garantiti.
  • Parlare in codice alla radio quando le squadre a terra hanno bisogno di parole semplici.
  • Mancata prova di tether o di punto di atterraggio alternativo in area stretta.

Assetto del mezzo: perché serve meno, ma meglio

Droni robusti, non necessariamente i più costosi. Preferisco bracci riparabili e antenne sostituibili in campo. Ho un set di eliche “heavy rain” e un carrellino pieghevole per decolli su suolo morbido. Se lavoro notturno, termica con buon NETD e gimbal ben bilanciato batte mille megapixel diurni inutili.

Il broadcaster audio serve, ma a volume ragionato: messaggi corti, ripetuti. “Rimani fermo, la squadra è in arrivo da nord.” Niente frasi lunghe: in piena, l’acqua mangia le consonanti.

Coordinamento e cornice normativa

Chi vola in emergenza deve conoscere procedure locali e limiti operativi. Con i referenti ENAC si definiscono scenari, altezze, corridoi e deroghe dove previste. Io pianifico come se non dovessi ottenerle, così la missione resta sicura anche nella versione più restrittiva.

In interventi con enti, mi aggancio alla sala operativa della Protezione Civile per tasking e deconfliction con altri mezzi. Ogni take-off e landing vengono loggati. Il volo è un servizio alla decisione, non un filmato per i social.

Dal banco saldatore al fango: metodo, non miracoli

Un lettore mi ha chiesto: “Conta di più l’AI o l’esperienza?” In piena, vince la disciplina. Gli anni a riparare ESC a mezzanotte mi hanno insegnato a rispettare le sequenze: alimentazione, link, sensori, check radio. Quando sbagli, lo capisci subito perché il drone diventa imprevedibile. E in emergenza l’imprevedibilità non è ammessa.

Insegno nei workshop a simulare la perdita link e a scegliere in anticipo il comportamento del mezzo. Lo facciamo in campo, con vento e disturbi reali. È lì che capisci perché “Hover” o un RTH alto non sono manie, ma margine operativo.

Cosa vedo all’orizzonte

Le prossime stagioni porteranno reti mobili più stabili, droni con docking su tetti pubblici e analisi termica più pulita. Bene. Ma il dettaglio che salva la vita resterà umano: preparazione, una check-list asciutta e la consapevolezza di cosa deve fare il tuo mezzo quando tu, per dieci secondi, non puoi sentirlo. Preparati a quel momento, e il resto seguirà.

Nicola Pavanetti

Dopo aver costruito droni per gare di FPV con il suo gruppo di amici, Nicola organizza workshop di programmazione e racing in varie città. È autore di guide pratiche su customizzazione e manutenzione dei droni DIY.

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