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Differenze tra Open, Specific e Certified per droni: i requisiti da rispettare subito

📅 17 Agosto 2026✍️ di Lucia Artesani⏱️ 5 min di lettura

Chi vola un drone oggi in Europa si trova davanti a tre cornici operative distinte, con obblighi diversi a seconda del rischio: serve capire in quale rientrare, quali documenti ottenere e dove si può operare. Negli ultimi mesi i controlli sono aumentati e, con l’arrivo dell’estate, crescono le riprese all’aperto: mettersi subito in regola evita sanzioni e incidenti.

Il quadro normativo è definito dal Regolamento (UE) 2019/947 e supervisionato da EASA. L’approccio è risk-based: non conta solo il peso del mezzo, ma soprattutto il tipo di operazione, l’ambiente e le mitigazioni adottate.

Le tre categorie in un colpo d’occhio

La categoria Open è pensata per operazioni a basso rischio, in vista del pilota e senza sorvolo di assembramenti di persone. È la porta d’ingresso per la maggior parte degli hobbisti e per impieghi professionali semplici.

La categoria Specific copre scenari a rischio medio che escono dai limiti della Open: ad esempio voli in aree urbane con droni più pesanti, o missioni oltre i 120 metri con mitigazioni approvate. Qui servono analisi del rischio e, spesso, un’autorizzazione dell’autorità nazionale.

La categoria Certified è riservata alle operazioni ad alto rischio, che richiedono certificazione del drone, dell’operatore e licenze specifiche del pilota. Riguarda attività come trasporto di merci pericolose, voli su grandi assembramenti o piattaforme di mobilità avanzata.

Open: requisiti immediati e limiti operativi

Nella Open si vola fino a 120 metri di altezza AGL, in VLOS (linea di vista), senza sorvolare assembramenti. La sottocategoria A1 consente il volo con droni di classe C0 e C1 vicino alle persone, ma non sopra folle; la A2 permette di avvicinarsi a persone non coinvolte con distanze minime calibrate e richiede formazione più avanzata; la A3 impone di operare lontano da persone e aree residenziali, commerciali o industriali.

Per pilotare serve almeno l’attestato A1/A3, ottenibile con corso ed esame online. Per la A2 si aggiunge uno studio teorico più approfondito e una dichiarazione di addestramento pratico autonomo, con esame in presenza o supervisionato secondo le regole nazionali.

Contano anche le marcature di classe del drone (C0–C6). Un C1, ad esempio, abilita operazioni A1 con requisiti di Remote ID, limitatore di quota e geofencing. I droni senza marcatura (legacy) dal 2024 in Open sono limitati: sotto i 250 g restano in A1; da 250 g a 25 kg vanno di norma in A3, con distanze di sicurezza maggiori.

Infine, il numero di registrazione dell’operatore UAS è obbligatorio per chi vola con droni dotati di sensori in grado di catturare dati personali o sopra i 250 g. La registrazione avviene sul portale dell’autorità nazionale e il codice deve essere trasmesso via Remote ID quando previsto.

Specific: quando serve e come ottenerla

Si entra nella Specific quando l’operazione non rientra nei limiti della Open. Esempi tipici: ispezioni urbane con droni sopra i 4 kg, voli vicino a infrastrutture sensibili, missioni BVLOS in aree rurali o portuali.

La strada più rapida è operare in scenari standard (STS). Lo STS-01 copre VLOS in ambiente urbano con mitigazioni definite e droni di classe C5; lo STS-02 copre BVLOS con osservatori a terra in aree scarsamente popolate, con droni C6. In questi casi l’operatore presenta una dichiarazione di conformità e può iniziare a volare dopo la presa d’atto dell’autorità.

Fuori dagli STS serve un’autorizzazione basata su un’analisi del rischio SORA. Si produce un Manuale delle Operazioni, si definiscono mitigazioni tecniche e procedurali, si assicura la formazione del personale. «La vera differenza nella Specific è la responsabilità organizzativa: non basta il patentino, serve dimostrare un controllo del rischio coerente con la missione», spiega Marco G., istruttore UAS presso un centro di formazione europeo.

Molte autorità mettono a disposizione PDRA (Pre-Defined Risk Assessment) per casi ricorrenti, che semplificano e velocizzano l’iter. Resta obbligatoria la copertura assicurativa e la gestione di geo-awareness, Remote ID e comunicazioni operative con gli enti locali quando necessario.

Certified: operazioni ad alto rischio e certificazioni

Nella Certified il drone è trattato come un aeromobile a tutti gli effetti. Servono certificazione del progetto, approvazione dell’organizzazione (AOC o equivalente) e licenze del pilota secondo percorsi definiti dall’autorità.

Parliamo di trasporto merci in contesto urbano denso, voli sopra grandi assembramenti, operazioni su aeroporti o trasporto di merci pericolose. Le interfacce con lo spazio aereo controllato, i requisiti di navigabilità e la gestione del safety management system diventano centrali.

La filiera sta maturando: standard industriali, corridoi aerei dedicati e integrazione con servizi digitali dello spazio aereo basso stanno accelerando. Per gli operatori che oggi lavorano in Open o Specific, è utile monitorare gli sviluppi per pianificare investimenti futuri.

Marcature Cx, transizione e cosa cambia davvero

La fase transitoria si è chiusa e il regime a marcatura Cx è operativo. Questo si traduce in tre effetti pratici:

  • I droni legacy senza marcatura restano penalizzati in Open (A3 oltre i 250 g) finché non si adotta una classe idonea o uno scenario Specific.
  • Gli STS richiedono droni C5 o C6, con funzionalità come Remote ID e modalità di sicurezza configurabili.
  • La responsabilità di geo-awareness passa anche all’operatore: pianificare con mappe aeronautiche ufficiali e verificare le restrizioni locali non è facoltativo.

Per chi ha flotte miste, conviene mappare ogni APR rispetto alla classe Cx, alla disponibilità di Remote ID nativo o add-on, e ai profili di missione più frequenti. Così si decide quando aggiornare e quando migrare alcune attività in Specific.

Cosa fare oggi: checklist operativa

Per mettersi in regola rapidamente, questi sono i passi essenziali:

  • Registrare l’operatore UAS sul portale dell’autorità nazionale e associare il codice ai droni via etichetta e, se richiesto, Remote ID.
  • Conseguire o aggiornare gli attestati: A1/A3 online; A2 con studio aggiuntivo e addestramento dichiarato.
  • Classificare ogni missione: se rientra in Open, scegliere la sottocategoria adeguata; se no, valutare STS o SORA.
  • Verificare marcatura Cx del drone e requisiti tecnici (limitatori, geo-awareness, Remote ID). Pianificare eventuali upgrade.
  • Redigere manuali e procedure minime: check pre-volo, gestione emergenze, sicurezza dei terzi e della privacy.
  • Controllare spazi aerei e NOTAM, ottenere eventuali permessi locali e coordinarsi con i proprietari delle aree di decollo/atterraggio.
  • Mantenere una copertura assicurativa aggiornata, con massimali coerenti con lo scenario.

Per i professionisti, la Specific resta la leva più flessibile per operazioni in contesti urbani e industriali. Per chi inizia o lavora in visuale con droni leggeri, la Open A1/A3 è spesso sufficiente, soprattutto con piattaforme sotto i 250 g. La chiave è non confondere il peso con il rischio operativo: è la missione a decidere la categoria, non solo l’hardware.

Il mercato chiede affidabilità e conformità. Gli operatori che investono in formazione, documentazione e droni conformi alle classi Cx si muovono più velocemente tra clienti, cantieri e pubbliche amministrazioni. E quando le esigenze crescono, avere già impostato procedure e cultura della sicurezza rende il passaggio alla Specific o alla Certified un’evoluzione naturale, non un salto nel buio.

Lucia Artesani

Lucia è una project manager che ha coordinato progetti di rilievo territoriale con droni in ambito urbano. Dopo un viaggio in Islanda nel 2017 con un drone pieghevole, si è dedicata allo studio delle applicazioni civili dei SAPR.

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